NOTRE DAME, ALCHIMIA E SEGRETI

A Notre-Dame convivono, eternamente scolpiti nel sasso, vescovi, santi, ma anche diavoli e mostri dalle curiose fattezze, a raccontarci come, nel lontano medioevo, la religiosità andava sempre al passo con il mistero, con l’esoterismo, con la scienza e con l’alchimìa

inserito il 07 09 2011, nella categoria Alchimia, Architettura, Arte, Cattedrali, Simbolismo, Storia, Tavole dei Fratelli

Tavola del fratello G:. P:.

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Ricordo ancora quando, nella prima giovinezza, provai una forte impressione davanti alla cattedrale di Notre-Dame. Fu complice forse la novità del viaggio a Parigi, l’atmosfera stimolante che pervade questa città, sta di fatto che ne conservo ancora un vivido ricordo carico di deferenza, d’incapacità a staccarmi dall’attrazione, dalla magia, dall’immensità e da quel senso cli vertigine che i miei occhi, così sapientemente costretti verso l’alto, mi trasmettevano.

 
Tutte le grandi cattedrali gotiche sono state edificate dai rispettivi Maestri costruttori con il preciso intento di lasciarci così: senza parole e con il cuore rapito in estasi di fronte ad un libro figurato che dispiega fino al cielo le sue pagine di pietra scolpita, le figure, le frasi nei bassorilievi, i pensieri nelle ogive.
Queste “pagine di pietra” hanno, rispetto alle loro sorelle minori, manoscritte e stampate, un significato superiore ed assoluto, purgato dalle sottigliezze, dalle traduzioni imprecise e da altri equivoci letterari. E’ un concetto bene espresso da J. I. Colfs nel 1884 (Lafihiation généalogique de toutes les Ecoles gothiques):
”La lingua di pietra parlata da questa nuova arte
è contemporaneamente chiara e sublime. Essa si rivolge all’anima dei più umili come a quella dei più colti. Il gotico delle pietre accoglie ed amplfica la musica per organo di Haendel, lorchestrazione complessa di Beethoven così come un semplice e severo canto jregoriano, che si aggiungono in sovrappiù alle emozioni che la cattedrale, da sola produce. Guai a coloro ai quali non piace l’architettura gotica; compiangiamoli come persone che non hanno ereditato un cuore.”

 
A Notre-Dame convivono, eternamente scolpiti nel sasso, vescovi, santi, ma onuhe diavoli e mostri dalle curiose fattezze, a raccontarci come, nel lontano medioevo, la religiosità andava sempre al passo con il mistero, con l’esoterismo, con la scienza e con l’alchimìa: sulla facciata occidentale, il portale principale è dedicato al giudizio universale, ma, più defilato, un dettaglio dell’architrave mostra S. Michele e Satana che pesano le anime mediante una bilancia retta, in perfetta collaborazione, da entrambi; a fianco, un altro diavolo, con l’espressione lubrica, si attarda in gesti sconvenienti con una vergine.

Santuario della Tradizione, della Scienza e dell’Arte, la cattedrale non dev’essere guardata come un’opera dedicata unicamente alla gloria del cristianesimo, ma piuttosto come un vasto agglomerato di idee, di tendenze, di credo popolare; sotto la luce policroma, a volte spettrale delle alte vetrate, il raccoglimento invita alla preghiera e predispone alla meditazione, ma, contemporaneamente, come a voler compensare un aspetto più umano, gli ornamenti lasciati dovunque dai maestri muratori emanano e riflettono, con straordinaria potenza, sensazioni più terrene, uno spirito più laico e pagano, a sdrammatizzare le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza e la crescente consapevolezza di stabilire la propria volontà.
Nell’edificio si andava per assistere alle funzioni religiose, altre volte al seguito di un corteo funebre, o di una festività solenne, ma, in epoca medioevale, lì si tenevano pure assemblee politiche, si discuteva il prezzo del bestiame e del frumento, i tessitori concordavano i prezzi delle stoffe e le corporazioni di arti e mestieri vi si recavano per far benedire il capolavoro appena ultimato dal proprio confratello.
Si tenevano poi, sempre nella cattedrale, tradizionali feste pagane, assai gradite al popoio. Una di queste era la “Festa dei pazzi’ anche se da molti veniva denominata “Festa dei saggi”… ora, questa apparente contraddizione, merita una breve digressione perchè, quando osserviamo un pazzo direttamente, valutandolo senza mediazioni, non vediamo altro se non il riflesso della nostra consapevolezza che è pazzo, il che equivale a non vederlo affatto! Per vederlo invece, dobbiamo sforzarci di guardare la realtà con i suoi occhi, e questo approccio indiretto è l’unico modo per arrivarci, senza il filtro delle nostre opinioni preconcette che ci sbarrano la strada. E’ una difficile via di accesso fino a lui, ma i nostri antenati l’avevano capito.

Torniamo quindi alla “Festa dei pazzi”. Questa era una autentica kermesse processionale, che partiva dalla chiesa con il suo vescovo, i suoi dignitari, i suoi fedeli ma, soprattutto, il suo popoio, rumoroso, malizioso, scherzoso, che, sempre pieno di traboccante vitalità ed entusiasmo, si riversava in città… ilare satira di un clero ignorante ed ingordo, per una volta sottoposto all’autorità della “Scienza nascosta” e schiacciato sotto il peso della superiorità popolare. Veniva allora allestito il carro del “Trionfo di Bacco”, trainato da un centauro e da una centauressa, entrambi adornati solo da foglie di vite, come il dio Pan che li accompagnava: un carnevale che oggi appare osceno, ma che allora si impossessava delle navate, dove ninfe e najadi uscivano dal bagno per recare omaggio alle principali divinità dell’Olimpo.

 
Ma la cattedrale è anche l’ospitale ricovero di ogni malato. I medici visitavano gli infermi proprio nell’ingresso, intorno all’acquasantiera, ed era pure l’asilo inviolabile dei perseguitati, nonché il sepolcro per i defunti illustri: una vera città nella città, centro intellettuale e morale del tessuto urbano, cuore e cervello del pensiero, della scienza e dell’arte.
Da secoli i guardiani di questo ancestrale patrimonio sono un vero e proprio esercito di irsute chimere, di buffoni, di draghi, vampiri e tarasche (animali mostruosi che venivano portati in processione, durante la pentecoste, nel sud della Francia, in particolare a Tarascona). Quanto esoterismo e, contemporaneamente, quanta umanità, pervade questa profusione di immagini originali, viventi, pittoresche, a volte apparentemente disordinate, ma sempre testimonianza degli istinti dei nostri antenati, che hanno voluto tramandarci nella pietra il simbolismo dei vecchi alchimisti e che hanno fatto di Notre Dame una vera e propria Chiesa Filosofale”!

 
Proprio gli alchimisti del XIV secolo si incontravano una volta alla settimana, nel giorno di Saturno, presso la piccola Porta Rossa, non a caso tutta decorata di salamandre; ognuno ifiustrava il risultato dei propri lavori, spiegava l’indirizzo delle ricerche intraprese, si discuteva delle possibilità e delle probabilità, si studiavano sul posto le allegorie che avrebbero ornato il prossimo volume da pubblicare e si argomentava animatamente sull’ermetica esegesi dei simboli.
L’importanza attribuita alla perpetrazione dei principi aichemici è ribadita addirittura nel gran portale principale: l’imponente pilastro centrale, che divide il vano d’ingresso, ci offre una serie di rappresentazioni allegoriche delle scienze medievali; di fronte al sagrato, al posto d’onore, una figura femminile ha la fronte che tocca le nubi: l’alchimìa. Seduta sul trono, essa tiene nella mano sinistra uno scettro, segno di sovranità, mentre nella destra sostiene due libri: uno chiuso (esoterismo) e l’altro aperto (exoterismo).

Mantenuta tra le ginocchia e poggiata sul petto, si eleva la scala di nove gradini Scala Philosopharum”, simbolo della pazienza che deve essere posseduta dai suoi adepti nel corso delle nove progressive operazioni della “fatica ermetica’ Questo perchè, come sostiene Nicolas Valois, “la pazienza è la scala dei filosofi, e l’umiltà è la porta del loro giardino; a chiunque persevererà senza orgoglio e senza invidia, Dio farà miseHcordia’

 

Esiste pure l’alchimista ufficiale di Notre Dame: Fulcanelli ci aiuta a trovarlo, in mezzo all’armonico disordine delle innumerevoli figure scolpite: sta molto in alto, su una delle torri ed è un vecchio con il cappello frigio, indossa un leggero camice di laboratorio ed è lui il filosofo che, con lo sguardo perso nei propri pensieri, scruta tutto intorno. Dietro di lui c’è l’Athanor, il forno aichemico ed occulto. Ha due fiamme, una potenziale e l’altra virtuale.

 
Proseguendo quindi nell’esame delle raffigurazioni, troviamo una serie di personaggi, alcuni dei quali sorreggono medaglioni in bassorilievo che, in origine, erano contrassegnati da precisi colori, poi persi nel corso dei secoli: si tratta dell”Evoluzione”: se tutto procede correttamente e secondo natura, il Maestro potrà osservare, con il mutare dei colori, il cambiamento (evoluzione) della materia.

 
Si inizia con una donna che regge un medaglione raffigurante il Corvo, simbolo del colore NERO, e simboleggiante la fase della PUTREFAZIONE, necessaria per separare il puro dall’impuro. Il successivo medaglione reca il simbolo del SERPENTE che, avvinghiandosi su una verga d’oro, indica la natura aggressiva e solvente del MERCURIO, che assorbe avidamente lo ZOLFO, creando una forte coesione di materia detta AMALGAMA al primo grado. La successiva figura è ancora una donna, questa volta con lunghi capelli che si agitano come FIAMME: con la forza del fuoco si ottiene il SALE FUSO, lo spirito più puro dei metalli che, una volta calcinati, può essere estratto per lisciviazione.
Il nero quindi, attribuibile a Saturno, è il colore del caos primitivo, in cui tutti gli elementi sono presenti, ma confusi e mescolati: la terra, la notte, la morte.

Poi, come nella Genesi il giorno succede alla notte, l’oscurità lascia il posto alla LUCE, che ha come colore il BIANCO. A questo stadio la materia è ormai libera da ogni inutilità, lavata e pura. Il bianco è il colore degli iniziati, quello di chi abbandona le tenebre e segue la luce. Infine, il ROSSO: colore del Fuoco, esaltazione, predominio, sovranità, forza e magistero apostolico. La sostanza aichemica si è ormai ridotta a sale cristallino, o “polvere rossa’ volatile e penetrante, adatta a trasmutare in oro i metalli volgari, come pure a guarire gli infermi.

 
Tra le carte e i documenti che vennero trovati nel laboratorio di Fulcanelli, straordinario autore de Il mistero delle cattedrali”, dopo che di Lui non si seppe più nulla, c’è una lettera, diventata anonima a causa della raschiatura della firma, così come è rimasto anonimo il destinatario per mancanza d’indirizzo. Questo foglio è segnato in croce da due righe sporche di carbone, lungo la traccia della piegatura, per essere stato tanto tempo conservato in un portafoglio.
Piace pensare che si tratti dei complimenti che un Maestro iniziatore rivolge al suo discepolo migliore:

Mio caro amico,
Questa volta avete veramente ricevuto il Dono di Dio e, per la prima volta, mi rendo conto di quanto sia raro questo privilegio. Io credo infatti che l’arcano, nel suo abisso insondabile di semplicità, sia introvabile con l’aiuto del solo raziocinio, per quanto esso possa essere sottile ed esercitato con valentìa.
Siete finalmente in possesso del “Tesoro dei Tesori”… Del resto, l’avete meritato giustamente con la vostra incrollabile fede nella Verità, la costanza degli sforzi profusi, la perseveranza nel sacrificio e, soprattutto, con le vostre Opere buone!…
Ciò conferma la mia certezza che il fuoco viene spento soltanto quando l’Opera è compiuta e tutta la massa tintoria impregna il vetro che, di decantazione in decantazione, resta, alla fine, completamente saturo, diventando luminoso come il Sole..”

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Ho detto

G:. P:.

 

 

 

 

 

 

 


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