IL COMPASSO: LA CONGIUNZIONE INIZIATICA

E’ uno dei più importanti strumenti simbolici della Massoneria, preposto a tracciare la rotta del percorso iniziatico. Dal latino “Cum passus”, misurare a passo, come metafora della “diritta via” e del “viaggio”. E’ raffigurato come utensile del Grande Architetto dato in dono all’uomo, proprio per congiungere il Divino e l’Umano, il Sopra e il Sotto. E’ il medium fra l’idea-progetto e la realtà.

inserito il 13 05 2011, nella categoria Iniziazione, Ritualità, Simbolismo, Tavole dei Fratelli

 

Tavola del Fr. F:. C:.

 

Potremmo seguire una linea ufficiale e il tema, vastissimo, del significato simbolico del compasso, richiedere pagine e pagine di trattazione.

Ricordo benissimo la prima volta che notai il compasso in figura simbolica, era in una raffigurazione su un libro di preghiere miniato del tardo‘400, creato per la regina Louise la madre del re di Francia Francesco I.

Una miniatura lo raffigurava posto sopra la testa di un cervo, la prudenza, accompagnata dall’intelligenza, il compasso.

Dalla filologia del termine compasso s’ottengono buoni spunti di riflessione; dal Francese Medievale compas, ripetizione sincopata di un segmento, Latino. Cum passus, il passo.

Il passo è probabilmente il più antico e primordiale sistema di misura dell’uomo; camminare è misurarsi in senso figurato, in senso proprio è misurare la distanza in passi ripetuti e uguali.

E’ tra i precetti pratici più antichi; “agisci senza fare passi falsi” o “ bada a dove metti i piedi”, allocuzione di senso comune che si riassume nel monito a “ben misurare” ciò che ti sta intorno.

Nella ripetizione del passo o, in senso figurato del “movimento”, vi è un passato e un presente, un prima e un dopo, che si ripetono in una misura sempre uguale; ciò permette la “rintracciabilità” di un continuum consentendo, a colui che possiede il significato del compasso e ne conosce l’utilizzo, di non errare, inteso come non perdersi, non smarrire la strada, non commettere un errore nel tracciare una rotta.

Il compasso ci porta a parlare della navigazione dunque, come metafora del viaggio per antonomasia.

La “rotta” o il “tracciare una rotta” è principalmente l’azione di “lasciare un segno visibile”, un’indicazione circa un percorso.

Viene spontaneo chiedersi quale percorso?

Il percorso iniziatico innanzitutto e prima; chi inizia un viaggio è per definizione “iniziato a” ma anche successivamente, giacchè il viaggio metaforico o simbolico non è destinato per sua natura a terminare mai.

Viaggiare e tracciare rotte è quindi il mezzo e il fine stesso del viaggiatore; operazione massimamente difficile quella di tracciare rotte e lasciare segni; il navigante deve lasciare una traccia, tracciare una rotta, su un elemento, il mare, l’acqua, che, per antonomasia, non porta memoria di nulla.

Il tema della memoria e della traccia è metafora quindi del senso della storia e del camminare dell’uomo.

E’ suggestivo speculare sulle conseguenze che comporta il corretto uso e il suo contrario, del compasso; come il correggere, conseguenza dell’uso proprio dello strumento, porti all’origine stessa e alla funzione peculiare dello strumento cum – rigere ovvero procedere rettamente, guidare rettamente.

E così il contrario; l’errore, nefasta conseguenza del suo improprio o non corretto uso e la conseguenza, l’errare; dal latino erràre, vagare senza sapere dove, perdersi.

Inutile suggerire al fratello che ascolta e che già vi sarà spontaneamente giunto, una riflessione etica su quanto detto e sulla conseguenza di un’azione sbagliata.

La consapevolezza sulla responsabilità e sulla funzione orientativa del compasso appartiene alla cultura del mondo “immemorabilia”

Nella famosa xilografia di Albrecht Durer (1514) “La Malinconia” male inteso come l’atteggiamento esistenziale dell’uomo “incapace di muoversi e di agire”, la protagonista donna viene raffigurata nell’atto di reggere un compasso ma “inutilmente”; non lo impugna al vertice come vorrebbe “peritia” ma lo trattiene impropriamente per una punta, così facendo lo strumento è inutile giacchè non può roteare, nè aprirsi nè chiudersi, nè tantomeno misurare segmenti; direbbe che “stalla” ovvero è impossibilitato a muovere.

Colui che s’affligge nella malinconia è incapace di agire e di attraversare il mondo (fig. 1) e si perde, erra.

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Nell’arte figurativa simbolista del ‘900 il compasso è protagonista, è strumento di creazione divina, di Divina Architettura dell’Universo.

Il quadro di Bocklin (fig.3), ci suggerisce un’origine divina, mitologica dello strumento.

Il compasso sta nelle mani del creatore e dalle sue mani alle mani dell’uomo diviene un “dono” divino.

Azzardo un parallelismo per equivalenti: il mito di Prometeo e del dono del fuoco agli uomini e il dono del compasso; operazione culturale che è avvenuta per medesimi passaggi, dal divino all’umano, dal regno della perfezione al regno della imperfezione con il compito, ben preciso, di imparare ad individuare nel regno del fenomenico il disegno divino; operazione possibile solo attraverso un “medium” il compasso appunto, ovvero un oggetto che sta tra due mondi.

Ecco che attraverso questo strumento, due mondi, il trascendente e l’immanente, possono comunicare e instaurare una dialettica di percorsi, segni da tracciare ancora una volta; così dall’alto al basso, la discesa o rivelazione, dal basso all’alto il percorso di ricerca e ricongiungimento.

La mistica del compasso dunque

Un cammino a ritroso questo che appartiene alla tradizione speculativa ermetica: dal macrocosmo al microcosmo e viceversa; esiste una corrispondenza con tutto.

Per un fratello muratore, così è per me, lo strumento assume una valenza che supera il simbolismo iconografico e acquista una valenza filosofica.

Il compasso è per l’iniziato uno strumento di viaggio come lo è per il navigante (il muoversi dell’uomo nel mondo appartiene alla sua natura ) ovvero di colui che si muove, si mette in viaggio, fa il viaggio e “costruisce il viaggio” attraverso il compasso. 

Per entrambi lo strumento assolve la medesima funzione

E’ strumento necessario per muoversi nel mondo del divenire, dei fenomeni contingenti, immanenti, lo strumento dell’equilibrio;

Nell’iconografia classica il compasso e la squadra simboleggiano una delle arti dell’uomo, precisamente la geometria; la classica ripartizione in arti del trivio (grammatica logica e retorica) e del quadrivio (musica, astronomia, geometria e aritmetica); simboli che ritroviamo ricorrenti  in ogni epoca,  cfr. Caravaggio, il trionfo dell’amore del 1602 (fig.2), in codici e salteri del basso medioevo (fg. 4).

Il compasso dunque trasferisce il pensiero all’azione, l’atto del pensato diviene realizzato, compiuto.

Per sua natura è strumento mobile, d’azione; un braccio è fermo, l’altro è mobile, il compasso si muove da un centro (il noto) e si espande verso un orizzonte da esplorare e misurare (l’ignoto); il punto fermo, il centro, l’onfalos (l’ombelico del mondo secondo i greci) dell’universo, si espande a mezzo dell’altro braccio per tracciare rotte nel mondo del divenire.

Il suo muoversi, il suo espandersi da un punto immobile verso l’esterno ricorda e promuove il pensiero al manifestarsi dell’universo che s’espande e si contrae creando e distruggendo mondi in forma ciclica, pensiamo alle galassie e ai sistemi dei pianeti che disegnano orbite tracciate dal compasso del grande architetto. (cfr. Bocklin)

Nel mondo dell’immanenza, ove ci troviamo, il muoversi del compasso simboleggia il muoversi dell’uomo; il muoversi genera responsabilità, che altro non è che la conseguenza dell’azione compiuta.

La spiritualità simboleggiata dal compasso si diffonde e conosce, permea il mondo attraverso il suo strumento; non solo quindi il compasso conosce il mondo, lo misura e lo disegna in tracce che sono ripercorribili per chi lo utilizza ma si fa conoscere ovvero mostra al mondo la propria capacità creativa nel tracciare rotte.

Il centro segnato dall’un braccio è immobilità, perfezione assoluta, più il braccio s’allontana dal centro più è richiesta perizia in colui che lo usa giacchè più ci si allontana dal centro di perfezione più ci si allontana dalla luce; “la gloria di colui che tutto move per l’universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove” Dante Paradiso Cant. I

Ecco perchè nell’apprendista il compasso è al suo grado minimo 30°, poi via via si apre nel compagno d’arte 45° sino al suo grado massimo 90° nel maestro; è nel maestro che il compasso raggiunge la sua maggiore conoscenza ma anche il suo limite; limite che ricorda il monito “conosci te stesso e i tuoi limiti”.

Volutamente procediamo in una situazione dialettica espositiva di contrapposizione; luce – ombra, massimo –minimo,  corretto – sbagliato; a queste situazioni il ricordato limite nell’utilizzo degli strumenti permette al fratello di conoscere senza cadere, di percorrere le strade più sconosciute saldamente: “visita Interiora Terrae, rectificando Invenies Occultum Lapidem”, quel “rectificando” è l’elemento chiave ed è l’elemento mediano di ogni antinomia, è per necessità il “limite”, filologicamente ed etimologicamente il “confine”, il limen limitis dei romani, grandi conoscitori del compasso.

Il limite di utilizzo traccia il confine (limes) tra il conosciuto e la terra sconosciuta.

Il più grande limite del mondo antico era rappresentato dalle Colonne d’Ercole, non a caso altri due simboli che nel rito massonico rappresentano la soglia tra un mondo, quello profano e l’altro, l’esoterico. ( il parallelismo è meramente suggerito dalla trattazione e non ha pretese esegetiche sul simbolismo delle colonne)

Mi serve tuttavia per capire di non andare oltre le colonne senza gli strumenti che servono per conoscere te stesso e gli altri, per misurarti e misurare.

F:. C:.

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Fg. 1 – Albrecht Durer (1514) “La Malinconia” xilografia.

 

Fg. 2 – Caravaggio (1602) Il Trionfo dell’Amore

 

Fg. 3  – Arnold Bocklin

 

Fg. 4 . Codice medievale


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