LA “MALEDIZIONE GIORDANO BRUNO”

A Roma ha colpito tre volte. La prima vittima è stata lo stesso filosofo nolano, arso vivo sul rogo nel Febbraio del 1600. La seconda vittima è stata tre secoli dopo la sua statua, ancora “perseguitata” a lungo dalla Chiesa. Ed infine il figlio del suo scultore, che portava lo stesso nome, Giordano Bruno Ferrari, artista e partigiano, fucilato dai fascisti a Forte Bravetta il 24 Maggio 1944, appena dieci giorni prima della Liberazione.

inserito il 29 07 2019, nella categoria Giordano Bruno, Storia, Tavole dei Fratelli

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Tavola del fr:. a:. mu:.

Un nome, due uomini e una statua, tre destini travagliati, sullo sfondo di un’unica città, Roma.

Il nome che unifica tali destini, attraverso tempi ed epoche diverse, è quello di “Giordano Bruno”.

Roma nella sua storia ne incontra almeno tre: il primo, il più famoso, è il frate e filosofo domenicano nativo di Nola che il 17 Febbraio 1600 viene arso arso vivo in Campo dei Fiori dall’Inquisizione di papa Clemente VIII Aldobrandini.

Gli altri “Giordano Bruno” vittime in vario modo della “maledizione bruniana” che incombe sulla storia di Roma, sono stati nell’ordine: la statua dello stesso Bruno eretta, distrutta e innalzata di nuovo, quasi tre secoli dopo proprio là “dove il rogo arse”, per ricordare lo stesso filosofo nolano e il suo martirio, non senza strenue polemiche ed accese dispute clericali; ed infine il figlio dell’artista Ettore Ferrari, ideatore e scultore del monumento che si trova oggi in Campo dei Fiori, figlio che ereditò per volere paterno proprio il nome di Giordano Bruno e con esso evidentemente anche l’insopprimibile culto della libertà, culto che lo portò a ribellarsi al nazifascismo, aderendo alla lotta partigiana, fino ad essere catturato e fucilato nel 1944.

L’accusa del primo Giordano Bruno, il filosofo, ucciso dall’Inquisizione cattolica nel 1600, è quella di aver sostenuto, e quel che è peggio scritto e diffuso in varie opere letterarie,  idee eretiche e comunque contrarie all’ortodossia cattolica, in campo scientifico, filosofico e religioso, in nome della libertà di pensiero e di ricerca. Libertà che la Chiesa del tempo, in piena Controriforma pressata dalla minaccia dell’espansione protestante, non poteva permettersi né permettere.

Quanto la Chiesa stessa abbia temuto la liberà di pensiero e di speculazione di Giordano Bruno è testimoniato dalla particolare crudeltà con cui fu giustiziato il povero frate, che prima del supplizio dovette subire anche la tortura della “mordacchia”, un dispositivo che trafiggeva e bloccava la lingua,  per impedirgli di parlare mentre lo conducevano al rogo.

A tal proposito, ai giorni nostri, il compianto professor Gabriele La Porta durante una recente Gran Loggia di Rimini rivelò di essersi rivolto a medici ed esperti per determinare in quanto tempo poteva giungere il sollievo della morte per un condannato al rogo.

La risposta fu che in determinate condizioni le sofferenze di bruciare vivi potevano prolungarsi per ben venti minuti. Venti minuti di inimmaginabile dolore e di impotente disperazione. Anche perché il povero Bruno sapeva bene che in una piazza attigua era stato allestito un altro rogo per bruciare tutte le sue opere, e per cancellare così totalmente il senso della sua intera esistenza e del suo sacrificio, cosa che fortunatamente non avvenne anche perché le opere di Bruno stavano già circolando in tutta Europa e sono giunte fino a noi.

Gli inquisitori ed i carnefici del tempo sapevano bene come prolungare le sofferenze del condannato, ad esempio allestendo la pira del rogo con legna umida in modo che il fuoco fosse più lento ma non meno letale.

Non sappiamo con precisione quanto atroci siano state le pene di Giordano Bruno sul patibolo di Campo dei Fiori, ma già la crudeltà della “mordacchia” che gli era stata imposta fa pensare che l’Inquisizione volesse inscenare una punizione particolarmente esemplare.

Una cosa del genere era già accaduta ad esempio per il rogo di Giovanna d’Arco, il 30 Maggio 1431. I testimoni oculari e le cronache del tempo riportano che non ebbe la grazia di essere stordita e soffocata dal fumo della pira come accadeva in molti casi, ma rimase cosciente fino all’ultimo, invocando Gesù, finchè non si trasformò letteralmente in una torcia umana. Fu inesorabilmente arsa viva e consunta completamente dalle fiamme, anche se per questo fu necessario ravvivare ben due volte il fuoco, con zolfo e olio, per far sì che di lei non rimanesse alcun resto umano che potesse trasformarsi in reliquia (in realtà si racconta comunque che il suo cuore e qualche frammento osseo siano stati ritrovati intatti fra le ceneri, ed occultati fino al 1867, quando un farmacista parigino annunciò di esserne in possesso. Ma successive indagini scientifiche appurarono che si trattava di un clamoroso falso: i resti erano in realtà ossa di un gatto e frammenti di una mummia del III secolo a.C.).

Tornando alla vicenda del povero frate nolano, solo nel Febbraio del 2000, quattro secoli dopo il tragico rogo di Campo dei Fiori, un papa, Giovanni Paolo II, ha voluto esprimere il “profondo rammarico” della Chiesa per gli eccessi dell’Inquisizione e quindi anche per le sofferenze di Giordano Bruno. Niente di più. Contrariamente a quanto è avvenuto per Giovanna d’Arco (d’accordo, tutt’altro caso) che fu completamente riabilitata già nel 1456, beatificata nel 1909, fatta santa nel 1920 e proclamata patrona di Francia.

In quell’iter di revisione la stessa Chiesa, nel 1455,  arrivò perfino a scomunicare il vescovo Pierre Cauchon che l’aveva fatta condannare. Tutto questo mentre il Cardinale Bellarmino, principale istruttore del processo di Giordano Bruno, è stato addirittura proclamato santo.

La Chiesa insomma, non avendo mai chiesto scusa per la condanna e l’uccisione di Bruno, continua evidentemente a ritenere che il verdetto dell’inquisizione, rapportato ai tempi, fosse sostanzialmente giusto. E che la morte fosse quindi la giusta risposta ai capi di imputazione che gli erano stati mossi, cioè che un uomo potesse morire fra atroci sofferenze per avere semplicemente avuto convinzioni contrarie alla fede cattolica; per avere opinioni eretiche sulla Trinità, sull’incarnazione e la resurrezione di Cristo; avere opinioni eretiche su Cristo… (stiamo elencando le effettive accuse che costarono il rogo a Giordano Bruno)… avere opinioni eretiche sull’eucarestia e la messa; credere nell’esistenza di più mondi; credere nella metempsicosi; praticare divinazione e magia; non credere nella verginità di Maria; essere lussurioso (insomma gli piacevano le donne); vivere nel modo degli eretici e dei protestanti… durante il processo le accuse aumentarono anche per la delazione di altri personaggi che erano stati incarcerati assieme a lui, per cui si aggiunsero altri capi d’accusa, quali:  opinioni eretiche sull’inferno, su Caino e Abele, su Mosè, sui profeti, oltre alla negazione dei dogmi della Chiesa, la riprovazione del culto dei santi, il disprezzo del breviario, la blasfemia, intenzioni sovversive contro l’Ordine Domenicano, il disprezzo delle reliquie dei santi, la negazione del culto delle immagini.

Idee, opinioni, diversità di vedute, studi… si badi bene, solo pensieri, nessun atto o azione violenta, nessun crimine contro cose o persone. Tanto bastò per morire arso vivo.

E se la Chiesa continua sostanzialmente a giustificare e ritenere giusto quel verdetto, tarandolo ovviamente con il periodo storico in cui fu emesso, ma senza prenderne sostanzialmente le distanze,  ai giorni nostri, si potrebbe pensare che una certa visione coercitiva ed integralista della Fede possa aver lasciato tracce latenti nel dna della Chiesa d’oggi.

Speriamo di no, pensiamo che il mondo cattolico non sia più così, ma solo il riconoscimento dell’eccessiva crudeltà nei confronti di Giordano Bruno potrebbe darcene la prova.

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La seconda vittima romana della “Maledizione Giordano Bruno” che aleggia nella Capitale è stato il primo monumento eretto in memoria del filosofo nolano, martire del libero pensiero, valore eminentemente laico, statua eretta nel 1849 durante la breve stagione rivoluzionaria della Repubblica Romana. Un monumento che ebbe vita breve, quanto la stagione repubblicana stroncata dalle armi francesi giunte in soccorso del Papa. E fu proprio lo stesso papa Pio IX, Mastai Ferretti, a farla abbattere non appena si fu nuovamente insediato sul trono vaticano.

Solo qualche anno dopo la fatidica Breccia di Porta Pia, che pose definitamente fino al regno temporale del Papa, le forze laiche tentarono di “resuscitare” la statua dedicata a Giordano Bruno, partendo nel 1876 da una petizione di studenti universitari cui aderirono anche alcuni (per la verità pochi) docenti come Bernardo Spaventa e Antonio Labriola.

Poiché l’iniziativa trasudava di evidenti ispirazioni massoniche e socialiste, il progetto fu subito osteggiato da parte delle forze politiche clericali che detenevano ancora allora il potere nella municipalità romana.

L’ostruzionismo, anzi l’ostracismo, cattolico riuscì a posticipare l’approvazione e la realizzazione della nuova statua di Giordano Bruno per quasi 10 anni, nonostante le sollecitazioni di importanti intellettuali europei come Victor Hugo, Bakunin, Ibsen, Renan, Carducci e tanti altri.

Solo il 9 Giugno 1889 il monumento di Giordano Bruno, progettato e realizzato dallo scultore Ettore Ferrari (destinato a divenire qualche anno dopo, nel 1904, Gran Maestro della massoneria italiana e successivamente Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese nel 1918), fu finalmente inaugurato in una gremitissima piazza di Campo dei Fiori, fra gli stendardi di tutte le logge massoniche italiane, nello stesso punto in cui nel Febbraio di quasi tre secoli prima era stato eretto il rogo del povero filosofo.

La Chiesa continuò però a vivere quel monumento come una vera e propria sfida, e continuò a battersi per ottenerne la rimozione. Già alla vigilia della sua inaugurazione Papa Leone XIII aveva minacciato di abbandonare Roma in segno di protesta, al chè il primo ministro italiano Francesco Crispi si premurò di fargli sapere che fosse andato via dall’Italia non avrebbe più potuto farvi ritorno. A quel punto Leone XIII rinunciò all’idea di spostare la sede papale a Vienna, restò a Roma,  trascorrendo in digiuno e preghiera la giornata in cui a Roma veniva scoperto il monumento a Giordano Bruno.

Un altro tentativo di eliminare la statua di Bruno in Campo dei Fiori, lo fece qualche decennio dopo, nel 1929, Pio XI durante le trattative per la firma dei Patti Lateranensi, chiedendo a Mussolini di radere al suolo la statua ed erigere al suo posto “una cappella di espiazione al cuore santissimo di Gesù”. Mussolini non se la sentì di aggiungere, come disse lui stesso, un’altra pena a tutte le tribolazioni che Giordano Bruno aveva già dovuto subire durante la sua vita. Perciò il monumento rimase al suo posto. Mussolini si limitò a proibire manifestazioni laiche e massoniche in Campo dei Fiori, occultando in parte la stessa statua di Bruno, creandovi attorno un nuovo mercato orto-frutticolo che ancora oggi sommerge di bancarelle l’intera piazza.

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Terza ed ultima vittima, in ordine di tempo, della “Maledizione Giordano Bruno” che aleggia nella Capitale, è stato il secondogenito dell’autore del monumento.

Proprio nel periodo in cui stava progettando e realizzando la statua di Giordano Bruno, lo scultore Ettore Ferrari, futuro Gran Maestro della massoneria italiana, ebbe due figli: il primo Giangiacomo nato nel 1881, il secondo nato nel 1887 cui diede il fatidico nome di Giordano Bruno.

Crescendo quest’ultimo preferì la pittura alla scultura del padre. Nel 1914 decorò il padiglione italiano dell’Esposizione Universale di San Francisco, diventò presidente dell’Accademia di Belle Arti ed illustratore dell’Enciclopedia Treccani. Come tanti altri pittori romani, aveva uno studio d’arte in via Margutta. Studio che durante il nazifascismo diventò un centro di contatti e informazioni per la resistenza.

L’indole, le idee libertarie ereditate dal padre massone ed anche l’ascendente del nome che portava non potevano che farne un ribelle alla dittatura.

Giordano Bruno Ferrari pur essendo un convinto repubblicano aveva aderito al Fronte Militare fedele al Re, istituito dal colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, catturato e torturato in via Tasso, ed ucciso alle Fosse Ardeatine.

A Giordano Bruno Ferrari non andò meglio: catturato anch’egli, resiste per due mesi alle minacce e alle torture rifiutandosi di parlare e fare i nomi di altri partigiani; il suo silenzio lo porta davanti al plotone d’esecuzione a Forte Bravetta, dove viene fucilato il 24 Giugno 1944, appena dieci giorni prima della Liberazione. Aveva 57 anni. Gli venne poi assegnata una medaglia d’oro e fu posta una lapide commemorativa sulla facciata del suo studio, in via Margutta 97.

Fu la terza vittima della maledizione che accomuna ad un tragico destino i cercatori di libertà che condividono il nome di Giordano Bruno. L’ultima vittima. Almeno per ora…

Ho detto

a:. mu:.

29 Luglio 2019

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