Storia del monumento a Giordano Bruno

Per gentile concessione del sito www.lsdmagazine.com diretto da Michele Traversa, riportiamo questo interessante articolo di Francesco Calsolaro sulla tormentata vicenda del monumento a Giordano Bruno eretto nel luogo del suo martirio, a Campo de' Fiori in Roma.

inserito il 20 03 2013, nella categoria Fatti e personaggi, Storia

E’ sempre stata scarsa e quasi inesistente la letteratura sull’altra Roma, quella dei cittadini costretti a subire le angherie del potere politico e di quello religioso, spesso coincidenti.

Quasi nessuno conosce la storia della statua eretta a Giordano Bruno, a Campo de’ Fiori, dove fu arso vivo dalla santa inquisizione il maggior filosofo del rinascimento europeo, “apostata di Nola da Regno, eretico impenitente”.

Una statua fu eretta una prima volta durante la repubblica romana del 1849 e fu distrutta durante la restaurazione, una volta tornato sul soglio pontificio quel Pio IX, che oggi si vorrebbe far santo, probabilmente per aver vietato la luce elettrica a Roma (che arrivò solo dopo Porta Pia), per aver massacrato gli insorti (oltre 1000 morti nella difesa di Roma), per aver imposto la legge marziale alla città, per aver reso famoso e proverbiale “Mastro Titta” (suo boia di fiducia), per aver fatto sequestrare e battezzare bambini ebrei, per aver fatto uccidere dalla Santa Inquisizione patrioti, organizzatori di leghe artigiane, operaie e contadine e semplici cittadini. Tra il 2 maggio del 1849, fine della repubblica romana, ed il 20 settembre 1870, breccia di Porta Pia, quel papa fece assassinare dalla Santa inquisizione ben 130 cittadini romani, l’ultimo il 9 luglio del 1870.

Tanto fu l’odio dei cittadini romani verso questo “Santo” papa, che quando al fine morì (nel 1878), i papalini attesero 3 anni per traslare, nella notte del 13 luglio 1881, la salma a S. Lorenzo fuori le mura. Le precauzioni prese, il gran segreto che circondò la traslazione, la cerimonia notturna,  non servirono a nulla: il corteo funebre fu assalito da cittadini romani inferociti che cercarono di buttare la salma nel Tevere e la polizia riuscì ad evitarlo solo dopo una notte di scontri.

Dopo l’unità d’Italia e in particolare a seguito della conquista di Roma avvenuta il 20 settembre 1870, si creò un clima di forte attrito fra la Chiesa e lo Stato italiano.

Pio IX non accettò la Leggedelle Guarentigie (1871) in cui si riconoscevano al papa onori sovrani, la facoltà di disporre di forze armate, l’extra-territorialità dei palazzi del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo, una dotazione annua di oltre tre milioni di lire, nonché la piena autonomia della Chiesa, nel rispetto della sua separazione dallo Stato. Il pontefice per tutta risposta scomunicò i Savoia e nel 1874 emanò la bolla “Non expedit“, in cui invitava i cattolici a non partecipare alla vita politica dello Stato.

Nel 1885 fu formato un comitato per la costruzione del monumento a Giordano Bruno, cui aderirono le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, George Ibsen, Giovanni Bovio, Herbert Spencer e molti altri.

Nel 1888 gli studenti universitari romani, tra i maggiori animatori del comitato, fecero numerose manifestazioni per erigere il monumento, spesso con scontri, arresti e feriti.

Il Comune, ai cui vertici, nonostante il “non expedit”, andavano affermandosi amministratori clerico-moderati, senza opporsi apertamente al progetto, cercava di ostacolarlo tramite strategie burocratiche.

Il consiglio comunale di Roma, all’epoca controllato dalla maggioranza filoclericale, fu costretto alle dimissioni, e le elezioni successive, tutte incentrate sulla questione del monumento a Giordano Bruno, furono perse dai filoclericali.

Il monumento divenne il simbolo del libero pensiero e una sfida alla Chiesa e al papa.

Crispi nel 1887, anno in cui divenne presidente del consiglio, suggerì al comitato promotore, che chiedeva il suo appoggio, di procedere alla fusione del bronzo senza preoccuparsi degli indugi del Comune.

Il dibattito continuò a svolgersi in un clima arroventato dalle manifestazioni studentesche e popolari che a volte provocavano scontri tra “bruniani” e “anti-bruniani“, che si concludevano con arresti e feriti.

Alla fine dello stesso anno il re, su proposta del consiglio dei ministri, firmò un decreto con il quale, Leopoldo Torlonia, sindaco di Roma veniva rimosso dalla carica; ufficialmente senza motivazione, anche se era chiaro individuarne le ragioni nella visita al cardinale vicario a cui il sindaco aveva trasmesso l’omaggio dei romani a Leone XIII.

Finalmente nel 1889 la statua fu eretta a Campo de’ Fiori “lì dove il rogo arse”.

A seguito delle elezioni amministrative del giugno 1888 entrarono nella rappresentanza municipale esponenti anticlericali, tra cui Ettore Ferrari, lo scultore massone artefice della statua considerato un uomo della sinistra “radicale” non massimalista, mentre furono non eletti politici contrari all’erezione della statua. Prima della fine dell’anno fu approvato, senza difficoltà, il progetto del monumento a Bruno, fra gli applausi del pubblico che urlava: “Viva Crispi!

Il pontefice minacciò di abbandonare Roma per rifugiarsi nella cattolica Austria, qualora la statua fosse stata scoperta al pubblico. Quando il Segretario di Stato Vaticano riportò tale intenzione del pontefice al Primo Ministro Italiano Francesco Crispi questi letteralmente rispose: “dica a sua santità che se dovesse andare via dall’Italia non potrà più ritornare”.

Finalmente il 9 giungo 1889, giorno di Pentecoste, venne inaugurato a Campo de’ Fiori, con la partecipazione di un’immensa folla festante, il monumento di Ettore Ferrari, lo scultore che nel 1904 sarà eletto gran maestro della massoneria. Alla base del monumento si legge un’iscrizione del filosofo Giovanni Bovio, oratore ufficiale della cerimonia di inaugurazione: “A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse“.

Per la cronaca, va ricordato che Leone XIII non abbandonò Roma come aveva minacciato, né il 9 giugno, che trascorse digiuno e in preghiera ai piedi della statua di San Pietro, né in seguito.

Il monumento, aldilà della battaglia politica condotta per erigerlo, è significativo anche per la figura che rappresenta: quello che è stato tramandato nella coscienza popolare, più che il pensiero di Giordano Bruno, è stato il suo rifiuto alla sottomissione. Se si fosse pentito, probabilmente avrebbe avuta salva la vita. Per il suo inquisitore, il cardinal Bellarmino (fatto santo dalla chiesa), era molto più importante l’abiura che non la condanna. Il rifiuto di Giordano Bruno al pentimento, la sua tenacia nel difendere le proprie idee, la sua spavalderia nell’affrontare la sentenza di condanna con la risposta al Cardinal Madruzzo, che gliela leggeva, “Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”, ne hanno fatto un simbolo della libertà di pensiero, della volontà dell’uomo a lottare in difesa delle proprie idee.

Questa tradizione ideale di lotta per libertà è stata tramandata da generazioni di laici e di militanti che ogni anno, il 17 febbraio, si danno appuntamento sotto la statua.

La preoccupazione della Chiesa nei confronti di questa cerimonia laica è stata sempre molte forte: si pensi che, al momento della stipula dei patti Lateranensi nel 1929, Pio XI (anche lui oggi in odore di santità) propose addirittura di radere al suolo il monumento e di erigervi al suo posto “una cappella di espiazione al cuore santissimo di Gesù”, ma Mussolini (”l’uomo della provvidenza”, secondo lo stesso Pio XI), memore di quanto era successo non molti anni prima, gli garantì solo la proibizione delle manifestazioni che furono così vietate soltanto durante il fascismo. E fece istituire in quella piazza il famoso mercato orto-frutticolo (vergogna della Capitale d’Italia) protagonista di alcuni film con Aldo Fabrizi ed Anna Magnani negli anni ’40.

La decisione di salvaguardare il monumento di Giordano Bruno fra le tante concessioni fatte da Mussolini  alla Chiesa nel Concordato del ’29, fu probabilmente dettata anche dalla posizione assunta da Gentile, il filosofo del fascismo, che era un grande estimatore del Nolano.

Sull’argomento lo stesso Mussolini fece un intervento alla Camera dei Deputati il 13 Maggio 1929, durante il quale disse fra l’altro:  “(…) non v’è dubbio che, dopo il Concordato del Laterano, non tutte le voci che si sono levate nel campo cattolico erano intonate. Taluni hanno cominciato a fare il processo al Risorgimento; altri ha trovato che la statua di Giordano Bruno a Roma è quasi offensiva. Bisogna che io dichiari che la statua di Giordano Bruno, malinconica come il destino di questo frate, resterà dove è. È vero che quando fu collocata in Campo di Fiori, ci furono delle proteste violentissime; perfino Ruggero Bonghi era contrario, e fu fischiato dagli studenti di Roma; ma ormai ho l’impressione che parrebbe di incrudelire contro questo filosofo, che se errò e persisté nell’errore, pagò. (…)”

Per Bruno non c’è la riabilitazione della Chiesa

Da quel fatidico 17 febbraio 1600 gli anni sono trascorsi senza chela Chiesa abbia mai espresso uno schietto ravvedimento per il rogo che arse Bruno, ancora vivo.

Galileo Galilei, Jan Hus, Girolamo Savonarola e altri sono stati riabilitati; Giovani Paolo II ha chiesto un generico perdono per gli eccessi commessi dall’Inquisizione; tuttavia per quanto concerne il Nolano, la Chiesa si limita a riconoscere il carattere antievangelico del rogo, ma ribadisce l’esistenza di una sostanziale estraneità della filosofia di Giordano Bruno dalla dottrina cattolica.

Annualmente, a Campo de’ Fiori ogni 17 febbraio si sono radunate generazioni di laici e militanti per manifestare per ricordare il rogo del filosofo e manifestargli la loro ideale solidarietà. Tali dimostrazioni si sono fermate soltanto negli anni del fascismo.

Giordano Bruno fu ucciso durante l’anno santo del 1600 ed in quest’anno santo, il 17 febbraio 2000, è stato il 400° anniversario dell’omicidio.

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LSDMAGAZINE – Bari

 

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FU UN MASSONE JESINO
IL PRIMO PROMOTORE
DEL MONUMENTO A BRUNO

Fra i retroscena meno noti della storia della statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori in Roma, nello stesso luogo in cui fu eretto il suo tragico rogo, rientra sicuramente la “primogenitura” dell’idea di realizzare quel monumento, che venne inaugurato il 9 Giugno 1889. Un’idea che dagli ambienti massonici e studenteschi di Roma e dell’Italia si propagò poi a tutte le latitudini del “libero pensiero” nel mondo.

Ebbene recenti studi, di cui si è occupato recentemente anche il sito del Grande Oriente d’Italia, questa primogenitura coinvolge a vari gradi il giovane marchese jesino Adriano Colucci ed il confratello e drammaturgo Pietro Cossa, entrambi massoni, come si apprende dalle note di un giornalista dell’epoca, Alfredo Comandini: “Lo studente in giurisprudenza Adriano Colocci, a cui Pietro Cossa aveva data l’idea del monumento a Bruno, parlò per la prima volta della cosa con me – il sabato 4 marzo 1876 in Piazza Colonna. (…) In mezzo agli studenti l’idea attecchì prontamente e la domenica 12 Marzo 1876 nella sala delle Logge Massoniche in via della Valle fu tenuta la prima adunanza dei promotori che si trovarono in 25”. E poi ancora: “Le adunanze si susseguirono il 13, 14, 15, 17 marzo…Adriano Colocci presiedeva le nostre riunioni, io fungeva da segretario-economo… L’editore Capaccini ebbe affidata a noi la fornitura degli stampati, che furono impressi nella tipografia in piazza dell’Apollinare, nel cortile del palazzo Altemps, dove era la Università Vaticana. In quella tipografia il sabato 18 marzo 1876, furono corrette da Colocci e da me le bozze del manifesto che il 19 marzo venne affisso in Roma, spedito in tutta Italia”.

Tali circostanze sono suffragate anche dai diari personali dello stesso marchese Colocci, che però attribuisce la scintilla iniziale dell’idea del monumento a Giordano Bruno al comunardo Armand Levy. Negli stessi diari sono riportate anche le entusiastiche adesioni ed i contributi economici di grandi personaggi del tempo: Ernst Renan, Victor Hugo, Herbert Spencer, Giosuè Carducci, Lombroso, Francesco Crispi, Adriano Lemmi e lo stesso Giuseppe Garibaldi che donò 5 lire per l’erigenda statua, con un postscritto molto particolare che venne reso pubblico dallo stesso Colucci durante il rinfresco tenutosi la sera stessa dell’inaugurazione del monumento: “Possa il monumento da voi eretto al gran pensatore e martire essere il colpo di grazia alla baracca di cotesti pagliacci che villeggiano sulla sponda destra del Tevere. Vi mando lire 5 pel monumento, e sono per la vita, vostro… Giuseppe Garibaldi”.

Adriano Colocci (Jesi 1855 – Roma 1941) era figlio del marchese Antonio, combattente con Giuseppe Mazzini per la Repubblica Romana e poi tra i maggiori fautori e finanziatori del risorgimento marchigiano, mentre per parte di madre discendeva da Amerigo Vespucci. Fu iniziato in massoneria il 6 giugno 1876 nella loggia Tito Vezio all’Oriente di Roma. Nel 1880 diresse il Corriere delle Marche , oggi Corriere Adriatico , principale quotidiano d’informazione delle Marche.

Il risultato della sua intensa attività in favore del monumento a Giordano Bruno, con tutto il peso simbolico che rivestiva per il mondo laico impegnato allora in un aspro confronto con il più retrivo conservatorismo clericale, fu l’apoteosi dell’agognato giorno dell’inaugurazione della statua realizzata dallo scultore massone Ettore Ferrari in Campo de’ Fiori, festa descritta dallo scrittore Massimo Bucciantini nel suo libro “Campo dei Fiori. Storia di una statua maledetta” (Einaudi): “Difficile ricordare qualcosa di analogo… Fra le 50 e 80 mila persone arrivate da tutta Italia e altre parti d’Europa per vedere il monumento finalmente eretto. Il corteo celebrativo partì da stazione Termini e si concluse in Campo dei Fiori, svolgendosi in una Roma completamente militarizzata per paura di disordini. Del resto i manifestanti non erano proprio dei mansueti chierichetti. Anarchici, socialisti, radicali, anticlericali, massoni.. 1970 bandiere, 34 concerti, 2000 associazioni”.

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